L’ondata di caldo che a giugno ha fatto segnare record di temperatura in diverse aree d’Europa ha riportato al centro del dibattito europeo la capacità di adattamento agli effetti già visibili del cambiamento climatico. Mentre l’Unione europea ha costruito negli ultimi anni una delle politiche più ambiziose al mondo per ridurre le emissioni, le temperature superiori ai 40 gradi registrate in alcuni Paesi hanno mostrato la vulnerabilità di infrastrutture, trasporti, luoghi di lavoro e servizi essenziali.

Come rileva un’analisi di Reuters, l’emergenza non ha riguardato soltanto la salute pubblica. Il caldo estremo ha provocato interruzioni di corrente in alcune zone, limitazioni al lavoro all’aperto, cancellazioni di treni in Germania e perfino il deragliamento di un treno merci in Svezia, dove le temperature elevate hanno deformato i binari. In Spagna, secondo i dati ufficiali citati dall’agenzia, sono stati registrati 1.029 decessi in eccesso attribuiti al caldo nel mese di giugno.

“Non siamo stati abbastanza bravi nell’adattamento”, ha dichiarato a Reuters il viceministro polacco per il Clima, Krzysztof Bolesta. Il problema, secondo l’esponente del governo di Varsavia, è anche economico: mentre la riduzione delle emissioni è sostenuta da strumenti consolidati, come il mercato europeo delle quote di emissione, gli incentivi alle rinnovabili e i crediti di carbonio, gli investimenti per rendere imprese e infrastrutture più resistenti agli eventi estremi non dispongono di un meccanismo comparabile.

L’adattamento viene così spesso percepito come una spesa con benefici incerti o troppo lontani nel tempo. Eppure il suo costo sta già emergendo nei dati economici. Secondo un’analisi di ING, citata sempre da Reuters, siccità, inondazioni e ondate di calore hanno sottratto lo scorso anno 0,3 punti percentuali alla produzione dell’economia europea, già caratterizzata da una crescita debole. Per la banca olandese, il caldo non può più essere trattato come un semplice episodio meteorologico, ma deve essere considerato una vera e propria variabile macroeconomica.

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Risorse non adeguatamente distribuite 

Lo squilibrio emerge anche nella distribuzione delle risorse europee. Tra il 2021 e il 2025, il 72 per cento della spesa climatica del bilancio comune dell’UE è stato destinato alla mitigazione, cioè alla riduzione delle emissioni di gas serra. Solo il 18 per cento è andato all’adattamento, mentre il 9 per cento ha riguardato misure con effetti su entrambi gli obiettivi, secondo i dati riportati da Reuters.

La distinzione tra mitigazione e adattamento è centrale. Ridurre le emissioni resta indispensabile per limitare l’intensità futura del riscaldamento globale, ma non risolve le conseguenze che città, imprese e cittadini stanno già affrontando. Proteggere i lavoratori esposti, adeguare gli edifici, rafforzare le reti elettriche e ferroviarie, predisporre spazi freschi nelle città e ripensare gli orari delle attività produttive sono misure necessarie per convivere con temperature estreme sempre più frequenti.

Il commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, ha sottolineato che l’adeguamento degli edifici e degli spazi pubblici ricade soprattutto sulle autorità nazionali e regionali, che conoscono meglio le specificità dei rispettivi territori. Bruxelles, ha spiegato, non può stabilire come Grecia o Spagna debbano affrontare gli incendi boschivi, così come i Paesi Bassi sono nella posizione migliore per decidere come costruire le proprie difese idriche.

Il ruolo dell’UE dovrebbe quindi concentrarsi sulla definizione di scenari comuni, sulla circolazione delle buone pratiche e sul sostegno alla pianificazione. La Commissione sta lavorando all’European Climate Adaptation Plan, il piano europeo di adattamento climatico che dovrebbe essere presentato nella seconda metà del 2026. L’iniziativa punta a rafforzare la preparazione degli Stati membri e a rendere la resilienza climatica un elemento più stabile delle politiche europee.

Secondo il servizio Copernicus per il cambiamento climatico, l’Europa rimane il continente che si riscalda più rapidamente al mondo. Il dato riflette una tendenza di lungo periodo: negli ultimi trent’anni, le temperature europee sono cresciute di circa 0,56 gradi Celsius per decennio, a un ritmo superiore al doppio della media globale.

A fronte di ciò, l’Ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per l’Europa ha convocato una riunione virtuale di emergenza sul 6 luglio per affrontare la crescente crisi sanitaria causata dalle intense ondate di calore estive e dalla pressione sui pronto soccorso in tutta la regione, come annunciato nei giorni scorsi dal suo direttore regionale Hans Kluge. L’obiettivo è trarre insegnamenti dall’ondata di calore e mettere in atto misure per preparare al meglio l’Europa. L’OMS intende inoltre valutare il livello di preparazione dei diversi Paesi e incoraggiarli a collaborare.

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Trovare misure per sostenere i lavoratori

In questo contesto, lo scorso primo luglio il gruppo dei Verdi al Parlamento europeo ha avuto un incontro a Bruxelles con i rappresentanti sindacali di EFFAT, che insieme a EPSU ed EFBWW propongono di introdurre misure a sostegno di lavoratrici e lavoratori costretti a fronteggiare condizioni di caldo estreme dovute al cambiamento climatico.

“Condividiamo appieno e sosteniamo queste istanze, ed è per questo che stiamo lavorando a un rapporto di iniziativa legislativa sul tema”, hanno affermato in una nota le eurodeputate di Alleanza Verdi e Sinistra Benedetta Scuderi e Cristina Guarda.

“Non parliamo di un’eccezione stagionale – continuano Scuderi e Guarda – ma di un rischio strutturale. Il quadro, però, resta frammentato, con misure emergenziali, ordinanze regionali o settoriali, poca capacità di prevenzione reale. Chiediamo quindi una direttiva europea sui rischi legati al caldo sul lavoro. L’obiettivo è che la Commissione europea proponga un quadro legislativo vincolante e uniforme a tutela della salute di chi lavora, indipendentemente dal settore di impiego”.

Secondo le due eurodeputate, “oltre a chi lavora all’aperto, il caldo estremo colpisce anche servizi pubblici, scuole, sanità e lavoro indoor”. A fronte di ciò, le europarlamentari sottolineano la necessità di “una normativa che contempli: valutazione del rischio, soglie chiare, pause, acclimatazione e specifica organizzazione del lavoro; misure di protezione salariale che non vengano scaricate sui dipendenti; controlli, trasparenza e partecipazione dei lavoratori”. Misure che, per Scuderi e Guarda, “non solo obblighino tutti gli Stati membri a prevenire il rischio, ma, come reclamano giustamente le organizzazioni sindacali, costruiscano un vero e proprio sistema a difesa della salute, del salario e dei diritti di lavoratrici e lavoratori”.

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